venerdì 2 novembre 2012

Cosa mi hai lasciato di positivo

Durante la terza seduta di psicoterapia abbiamo affrontato l'argomento più doloroso che avevo riposto nel mio bagaglio: le ferite lasciate dal rapporto con A.
Fino a quel momento non avevo mai accennato a lui ma sapevo benissimo, in cuor mio, che se avevo deciso di rivolgermi ad una psicologa, era anche e soprattutto per tentare di affrontare meglio una situazione che mi aveva provocato sofferenze ingestibili. Sofferenze ingestibili che sono andate ad accumularsi ad altre ancor più ingestibili.
Aver sognato A. è stato un segno: era giunto il momento di aprire lo scrigno e svelare l'anello mancante, la parola-chiave per accedere al mio dolore più intimo e più vero. Era giunto il momento di far cadere il velo e mettere le carte in tavola: eccola qui la verità, eccola qui la chiave di lettura per interpretare il mio dolore, il mio malessere, il senso di vuoto che ogni tanto mi coglie. E quella chiave di lettura è fornita da A., dalla sua mancanza - che spesso mi assale senza preavviso, una mancanza contro cui sto armando un esercito per combatterla e sconfiggerla -, dal dolore di averlo perso, dall'angoscia di sentirlo, per la prima volta, distante non solo a causa dei chilometri che ci separano, ma distante con il cuore, dalla rabbia di averlo visto andare via ora che sono più serena e potrei offrirgli dei lati di me che lui un tempo diceva di amare.
Il sogno che ha dato il via alle danze è piuttosto semplice e banale: siamo a casa di A., io e lui, e parliamo - non ricordo neppure su cosa verte la nostra conversazione. Cronologicamente non è stato il primo sogno che ho ricordato e annotato ma è da questo che io voglio partire per intavolare la discussione. E' di A. che io voglio e ho necessità di parlare. E così avviene. Introduco il tema "A." raccontando quei pochissimi fotogrammi onirici che ricordo e so già che raccontare quelle scarse immagini apparentemente insignificanti non è altro che un pretesto per parlare di A. Vado a ruota libera su di lui, le riporto una breve sintesi di ciò che noi fummo e non siamo più. Le faccio sapere che lui ha lasciato ferite indelebili dentro di me, che è stata la persona che avrei voluto vicino più di tutte nei mie momenti peggiori. Lui è stato per molto tempo il mio porto sicuro.
Ammetto che il mio timore iniziale nel dover affrontare l'argomento derivava soprattutto dall'aver prefigurato, nella mia mente, tutta una serie di giudizi negativi che la psicologa avrebbe potuto rivolgermi sulla faccenda. Sta di fatto che mi sono sentita chiedere, dire e consigliare cose che non avevo assolutamente preso in considerazione.
La domanda fondamentale è stata: "Cosa ti ha lasciato lui di bello e positivo?".
Avevo già avuto modo di ricordare e di riflettere sulle cose belle ereditate da A. Però mi ero limitata ai classici "bei momenti" che ogni coppia vive. Non mi ero mai spinta oltre, a riflettere su ciò che di bello e positivo lui aveva lasciato a me stessa come persona.
A. è stato momento di crescita interiore, di miglioramento, di presa di coscienza su chi sono e cosa voglio. A. mi ha permesso di fare nuove esperienze, di maturare, di farmi apprendere aspetti della vita fino ad allora a me sconosciuti. A. mi ha fatto provare nuovi desideri, mi ha permesso di vivere il vero amore. Una volta un'amica mi scrisse che dovevo sentirmi fortunata per aver vissuto un amore del genere perché non tutti riescono a viverlo nel corso della loro vita. Sì, quell'amica mi disse una sacrosanta e profonda verità. Sono stata molto fortunata a vivere un amore di tale intensità, così assoluto e perfetto nella sua imperfezione. E anche se ormai il mio cuore si è quasi rassegnato, in un angolo illuminato di sé non smette di sperare che quell'amore possa tornare.

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